Lettera a renato
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C’è un uomo in galera da 38 anni a cui è stata negata la grazia. Di quegli anni criminali, i’ 70, quando Renato Vallanzasca imperversava con rapine, sequestri e, forse, omicidi, non è rimasto dentro piu nessuno. Fuori sono quelli della sua banda, fuori da semiliberi i killer delle carceri come Vincenzo Andraous, fuori quelli della lotta armata. L’ideologo di Autonomia Operaia Toni Negri prende la pensione da parlamentare, altri ancora siedono a Montecitorio, come Sergio D’Elia. Alcuni stragisti fanno addirittura convegni e scrivono libri. Dei protagonisti negativi di quegli anni hanno perdonato tutto a tutti. Di quegli anni, in cui il presidente del Consiglio Giulio Andreotti, sentenziò la Cassazione, intratteneva rapporti con il boss dei boss di Cosa Nostra Stefano Bontade. Rap­porti prescritti, s’intende. Tutto dimenticato, tranne lui.Questa strepitosa intransigenza morale nel non concedere il perdono a Vallanzasca arriva da una classe politica evidentemente dimentica del fatto che protagonisti davvero sanguinari di quegli anni, come lo stupratore assassino Angelo Izzo, avevano lasciato per tempo le patrie galere. Che altri, entrati pur molto dopo, come il serial kilter Maunzio Minghella, erano fuori da un pezzo. Che perfino Giovanni Brusca, che sciolse nell’acido Santino Di Matteo, undici anni, ottenne giomi di libertà dopo solo otto anni di galera, e non dopo trentacinque come per Vallanzasca: quasi fosse lui, solo lui, l’incarnazione del Male assoluto.Ma, soprattutto, questo esempio di rigore morale nel negare la grazia a un uomo che ha passato due terzi delta vita dietro le sbarre arriva da una classe politica che, dai tempi di Vallanzasca, e passata indenne dal crack dell’Ambrosiano allo scandalo della P2, è sopravvissuta a Tangentopoli, e che oggi conta tra le sue fila 25 condannati definitivi, chi per corruzione, evasione fiscale, illeciti vari, pure banda armata e omicidio.Senza pesare, va da sè, un’altra quasi sessantina di persone in attesa di giudizio. Gente che, nella migliore delle ipotesi, avrebbe potuto fargli compagnia per un po’ al carcere di Opera. Senza contare il resto della classe dirigente. Le banche in cui il bandito entrava a volto scoperto hanno strizzato, ben celate, I’occhio alla Parmalat, il cui crollo ha provocato più di un suicidio tra i pensionati risparmiatori.I banchieri che facevano le scalate prelevando in silenzio manciate di euro dai clienti più indifesi vanno in tv, girano in barca in Sardegna. In galera, di tutti questi colpevoli, non c’e mai stato nessuno. Giusto un saluto al secondino, poi a casa malati. Tutti malati. Ecco, in una società italiana a “responsabilità molto limitata”, in cui si è preso a cuore il teorema di Tangentopoli per il quale “se tutti sono colpevoli, nessuno è colpevole”, e che quindi ha eliminato le proprie colpe cancellando senza vergogna i reati (falso in bilancio, giusto per citarne uno), ecco, dicevo, in questa società ancora deve far paura I’uomo che ha vissuto in nome di una “responsabilità  morale”.Che è qualcosa di diverso dall’ipocrisia moralistica cui assistiamo quotidianamente, ed è anzi I’esatto opposto della “responsabilità limi­tata ” della nostra politica. Era ed è il principio per cui se tutti nella sua banda erano colpevoli, lui lo era più di tutti. Qualcosa di più alto della responsabilità penale e personale, assai invero piu nobile.Per capirci, esiste pure il forte rischio che Vallanzasca non abbia ucciso nessuno, dato che le uniche prove a processo dei delitti per  cui é siato condannato sono state le sue “ammissioni di colpevolezza”. Perchè, sosteneva lui, se qualcuno “dei mei” ha ucciso durante una rapina o durante una rivolta, non posso non sentirmi io stesso maledettamente responsabile. Ne sia una prova su tutte l’ergastolo comminatogli per il delitto di Massimo Loi, e confessato in un libro da Andraous.In nome. di questa “responsabilità morale” Vallanzasca non ha mai fatto nomi,  pagando tutto sulla sua pelle, dimostrando che si può essere banditi avendo un senso della dignità notevolissimo. E in questa so­cietà, di nuovo, “a responsabilità limitata” dove la dignità è creatura persa nella notte dell’uomo, eviden­temente il suo pensare spaventa.A dare parere negativo sulla sua grazia è stato il ministro della Giustizia Clemente Mastella, I’uomo che, cattolico di carità cristiana aveva difeso I’indulto dando a Beppe Grillo del “delinquente senza cuo­re ” perchè si deve anche perdonare. Già. Si vede che 38 anni non bastano a un cristiano, o che forse hanno valore le maldicenze che vedevano nell ‘altro perdono, l’indulto, un perdono obbligato ma utile per i reati finanziari di politici e dirigenti. E quello, be’ quello, lo aveva già dato. O forse non gli ha nemmeno dato peso, con la leggerezza che lo cotraddistingue nel cambiare idea, partito, o scegliersi gli amici, come Francesco Campanella, I’uomo che falsificò i documenti a Provenzano e del  quale fù testimotte di nozze.Chissà. II Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, nell’altissimo ruolo istituzionale che ricopre, avrebbe potuto ignorare il suo parere. Aveva tra le mani un ‘occasione irripetibile: concedendo la grazia a Vallanzasca e facendo così sua una pane della “responsabilità morale ” del bandito, avrebbe potuto riscattare almeno un po’ delle colpe di una classe politica che comunque il Presidente rappresenta, perché è stata questa classe politica a votarlo.Così non e stato. Trentotto anni e si va avanti sine die.                     Edoardo Montolli da Cronaca Vera, n° 1830 del 3/10/2007

 

 Liberate Vallanzasca!

Grazie all’iniziativa di ”Libero” di cui si è fatta portavoce Cristiana Lodi sono in molti a chiedere la li-berazione di Renato Vallanzasca, il ragazzo della Comasma che ha gia scontato 36 anni di carcere duro. Noi di “Giustizia Giusta” da tempo continuiamo a Batterci per un atto di clemenza dovuto. Tra il silenzio assor-dante dei media che contano. Ora sembra che qualcosa possa muoversi grazie all appello raccolto da uomini politici e di cultura: da Candido Cannavò (autore di “Libertà dietro le sbarre ) a Manrizio Costanzo da Gianpiero Cantoni a Gio­vanni Russo Spena, da Ferdinando Adornato a Paolo Cen­to, da Alfonso Gianni a Gaetano Pecorella a Barbara Pollastrini ministro delle Pari Opportunità.E, intanto, in ceppi Vallanzasca viene tradotto in aula nel Tribuinale di Milano dove ha presentato una istanza di permesso per recarsi a trovare la madre di 89 anni, impossibilitata da tempo ad andare a tro­vare il figlio nell carcere di Voghera.II giudice di sorveglianza Cesare Bonamartini si e riservato di decidere. Vale appena ricordare che un analoga istanza fu presentata al giudice di Pavia che ritenne ginsto rigettarla. Per quanto ci riguarda noi insisteremo,  utilizzando gli scarsi mezzi che abbiamo  a disposizione,  perche Renato Vallanzasca invecchhiato  e redento” possa presto tornare libero. Da Giustizia Giusta  maggio-giugno 2006

INTERVISTA DI RENATO SU GENTE N° 45 DEL 8 NOVEMBRE 2007

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E ORA RENATO VALLANZASCA VUOLE UCCIDERE RENE’

da Il Venerdì di Repubblica, n° 1016 del 7/09/2007

Il killer dagli occhi di ghiaccio, il gangster galante, il bandito gentiluomo che si mostra a viso aperto e adora lo champagne e le donne: il bel René. Dicono che dell’immagine che gli hanno cucito addosso sarebbe felice di liberarsi per sempre. Che sarebbe felice di essere chiamato soltanto Renato. Basta con tutto il resto. «Quando lo incontro, durante i colloqui» racconta la compagna Antonella D’Agostino «c’è sempre qualcuno che mormora “vedi, quello è Vallanzasca”. Lui scuote il capo e non dice nulla, tanta è l’irritazione. Renato vuole vivere il presente. E nel presente c’è solo l’attesa di una risposta alla domanda di grazia». «Aspettiamo da due anni» mormora la madre Marie «Io ho novant’anni e di tempo me ne rimane poco. C’è solo da dire sì o no. Lo dicessero. Se fosse ‘no’, tenteremmo almeno altre strade. Benefici che Renato non ha mai ricevuto». Vero. Seguire la storia di Vallanzasca significa seguire una vita di carcere. Senza sconti. Dal riformatorio in cui cominciò a entrare e uscire compiuti 13 anni. Al carcere vero e proprio in cui entrò nel ’69, da poco maggiorenne, per uscirne un anno dopo, rientrarci nel ’72, evadere nel 76, sette mesi fuori, eppoi dal febbraio ’77 a oggi sempre dentro, apparte venti giorni di ‘vacanza’ dopo la famosa evasione dall’oblò di una nave. 57 anni di vita di cui quasi 37 in galera. Molto più che la metà. Un caso unico in Italia. E quindi una storia che vale ancora la pena raccontare. Come ha fatto, in forma letteraria ma con fedeltà assoluta alla cronaca, Massimo Polidoro in Etica Criminale. Fatti della banda Vallanzasca (Piemme).

Cominciando con il bambino che non riesce a sopportare nessun tipo di autorità, se non ne riconosce la giustizia, e a otto anni libera gli animali di un circo. Il ragazzino che con un gruppetto di coetanei svaligia i negozi, lasciando che i meno ricchi del quartiere si riforniscano della refurtiva. A scuola curioso ma pessimo in condotta, espulso da tutte le scuole d’Italia per difendere un compagno nato con una malformazione, preso in giro da tutti e maltrattato da un professore che finisce per prendersi una gragnuola di colpi in faccia. Gli studi continueranno in privato. Assieme ai furti, al riformatorio e al carcere. La prima volta è per un anno soltanto. Fuori, c’è la donna che gli dà un figlio ma la libertà non dura molto e gli anni da scontare diventano quattro. La spavalderia e le reazioni ai soprusi gli portano punizioni di tutti i tipi attraverso 36 patrie galere, anche una falsa diagnosi di leucemia. Quando scopre di essere sano, Vallanzasca fa di tutto per ammalarsi. Epatite significa ospedale e ospedale significa possibilità di evasione. È il 1976 e assieme alla compagna e il figlio può finalmente godersi la vita. Una serie di coincidenze glielo impedisce. È il punto di svolta. Obbligato all’ennesima fuga, apre un periodo di rapine con il gruppo di amici ribattezzato ‘banda della Comasina’ a cui segue una drammatica scia di sangue. Restano via via uccisi poliziotti e semplici cittadini assieme a elementi della ‘banda’. Vallanzasca si prende ogni responsabilità anche quando ne è chiaramente estraneo.

Vuole restare fedele a se stesso. Alla sua ‘etica criminale’. Ossia, mai sporcarsi le mani con la droga, mai sparare per primo, mai farlo alle spalle, mai tradire gli amici. Così quando comincia con i sequestri, le cronache raccontano di un uomo che non si copre il viso e offre alla vittima tutti i comfort per alleviarne la pena. La storia più famosa è quella della sedicenne Emanuela Trapani che durante la prigionia sviluppa qualcosa di più di un’amicizia con Vallanzasca, arrivando al punto di scrivere col rossetto sullo specchio Perdonami dopo aver tentato la fuga o di abbracciarlo davanti alla madre e dirgli “Non mi dimenticare” nel momento del rilascio. Per lui, sono gli ultimi momenti di libertà. Le forze dell’ordine gli fanno terra bruciata intorno. È costretto a lasciare Milano per Roma, dove viene catturato.

Comincia una vita pressoché ininterrotta in carcere, unica idea in testa: fuggire. Il momento arriva nel 1980 ma la regola di aspettare gli amici gli costa la libertà e un proiettile in testa. Sono gli anni dei pentiti ribattezzati ‘infami’ e Vallanzasca diventa per tutti il “killer delle carceri”, senza uccidere nessuno. Continua a prendersi responsabilità di omicidi anche quando non ne è il diretto responsabile. Finendo per aumentare il proprio credito con la giustizia a livelli che sarà difficile quantificare (la somma della pena recita: 4 ergastoli, 260 anni, un mese, 20 giorni). Una chance di libertà arriva inaspettata, sul traghetto che deve trasferirlo all’Asinara. Esce da un oblò e lascia Genova camminando lungo i 40 km di tunnel del Turchino. Nei venti giorni di libertà, la prima cosa che fa è andare a trovare i genitori; poi, alla radio a dare un’intervista; infine, in cerca di una sua fiamma. Quando viene catturato, non tenta di reagire. Forse anche la fuga sta per diventare una possibilità da scartare. L’ultimo tentativo muore sul nascere e risale a oltre dieci anni fa. Si pensa al coinvolgimento della donna che è suo avvocato e ha un debole per lui ma Vallanzasca smentisce.

È quell’ultimo tentativo a costituire l’ossatura di Etica Criminale: una sorta di storia parallela che attraversa il libro e mostra cosa ci sia di là da essa. Ovvero quel che Vallanzasca è oggi. L’uomo che non ha mai voluto pentirsi per non arruffianarsi nessuno, perché non ci si prostituisce per nulla, neppure per la libertà. L’uomo che vorrebbe dare a chi ha sofferto per causa sua la possibilità di sputargli addosso. Quello che ha letto quattro volte la Bibbia e ha capito di essere ateo. Che crede fermamente nella solidarietà e nella dignità. Uno sconfitto, si definisce, che però ha sempre avuto una sola parola. Uno che ha capito che doveva smettere di fuggire, anche da se stesso, quando ha visto che fuori tutto era ormai cambiato. Quelli che trafficano con la droga (ribattezzati da Vallanzasca ‘magnaccia del nuovo millennio’) sono ormai superati da criminali che fanno commercio di clandestini e sono pronti a buttare in mare bambini pur di fermare gli inseguimenti. Che senso avrebbe fuggire ora?

Vallanzasca aspetta. L’ha detto più volte che il carcere non serve a nulla. Che il reinserimento è solo una bella parola con cui tutti si riempiono la bocca e che l’unica cosa che servirebbe, dietro le sbarre, è il lavoro, il lavoro vero. Quello che restituisce dignità a una persona, dandogli la possibilità di cambiare. Perché il carcere è solo un microcosmo peggiorativo della società e solo il tempo che passa può far ripensare ai propri errori criticamente. Come l’aver concorso a fatti irreparabili, portando dolore e sofferenze. Qualcosa che non gli rende facile prendere il poco sonno che si concede ogni notte. Aspetta, Vallanzasca. Come l’adorata madre e la compagna Antonella. Che ripete: «In carcere è entrato che l’uomo ancora non era andato sulla luna. Si è preso ogni responsabilità e vuole scontare la pena. Ma nessuno è stato in galera quanto lui. Neppure chi ha ucciso i bambini sciogliendoli nell’acido. Vorremmo solo vivere davvero la nostra amicizia, che cominciò quand’eravamo bambini, e ora è diventato amore».

Matteo Nucci

Intervista di Elena Marco ad Antonella D’Agostino, la compagna di Renato Vallanzasca

Antonella D’Agostino è da dieci anni la compagna di Renato Vallanzasca e tra breve sarà, legalmente, sua moglie (“Mi ha chiesto la mano in una delle lettere che mi spedisce dal carcere milanese di Opera ogni giorno”, racconta). In realtà, come dice lui, “Antonella è la mia ombra da 40 anni”. Questa donna bionda, minuta, con un sorriso che non nasconde grandi dolori passati, da sempre si occupa del suo Renato, e da tempo anche della madre di lui, Marie, 90 anni, una nuvola di capelli bianchi su un corpo gracile e provato. Che accudisce come fosse la propria madre, andandola a trovare ogni mattina in clinica, portandole le lettere del figlio e rassicurandola del fatto che prima o poi le ripetute domande di grazia avranno risposta.

Nata nel 1950 e quindi coetanea di Vallanzasca, ex parrucchiera in un salone di Milano, non un salone qualsiasi ma un salone di via Montenapoleone, divorziata, madre di due figli, Antonella D’Agostino oggi collabora con una casa di produzione cinematografica, è volontaria in associazioni di solidarietà ed è il perno di sorelle, fratelli, cugini, nipoti. “Conosco Renato da quando avevamo 13 anni” – racconta – “E io, che ero molto carina, non rappresentavo la bella ragazzina da corteggiare, bensì la sorella. Ci incontravamo con altri amici al parco e fin da allora, però, lui mi ha sempre tenuto alla larga da storie che potevano compromettermi. Ho fatto la mia vita e lui è stato uno dei pochi che mi ha aiutato nei momenti difficili. Mi scriveva da dovunque e mi diceva di andare avanti con ottimismo. Solo molto più tardi abbiamo capito entrambi di non essere amici fraterni, ma nessuno dei due aveva trovato il coraggio di confessarsi…”. Che futuro vi aspettate di avere? “Sogniamo la grazia. La casa c’è il lavoro pure (Vallanzasca ha un contratto con un’azienda per l’inserimento dati in un database, ndr). E poi con i miei nipoti apriremo un blog nel quale Renato potrà finalmente dialogare con il mondo che sta al di là delle sbarre”.

Autrice di “Lettera a Renato”, libro scritto a quattro mani con Vallanzasca, e frutto di un continuo via vai di lettere, telefonate, racconti, ricordi (“Spero sia in uscita a fine anno”) e dal quale sarà tratto un film e una fiction tv, questa donna non si ferma davanti a nessun ostacolo. “In questo libro, scritto con Renato, raccontiamo di tutto. Non immaginate quante lettere riceva ancora in carcere, di donne innamorate pazze, di uomini che lo stimano o che lo vorrebbero morto, di giovani che chiedono aiuto. E poi ci siamo noi e i nostri cari”. In effetti le pareti della cucina dell’appartamentino, al terzo piano in uno stabile poco distante dal Cimitero Maggiore di Milano, stanno appese decine di fotografie di bambini e bambine sorridenti, giovani, sposi in posa, cinesi. Tutti accanto a lui: il mito negativo degli anni 70-80.

“E’ l’esercito dei famigliari”, conclude la D’Agostino, “e dei nostri figli adottivi, sì proprio nostri, miei e di Renato: le ragazze africane adottate a distanza. La prima ha 29 anni e l’ultima, Sanika, 13 anni, ed è la piccolina di casa. E poi i due sposini cinesi che vivono a Milano: Alessandro, 24 anni, e Maria, 20, appena diventati genitori di Wang, 6 mesi. Per entrambi siamo riusciti a trovare un lavoro dignitoso e una casa. Guadagnano onestamente gestendo un laboratorio di pelletteria. E vi assicuro che il mestiere l’hanno imparato davvero, non come tanti che s’improvvisano artigiani… Per loro Renato, anzi “Lenato”, è il papà e il neo-nonno di Wang. Si sono visti una volta sola, anche se lui li segue dal carcere, ma sono state tre ore straordinarie”.

Questa intervista di Elena Marco a Renato Vallanzasca, e pubblicata in parte su La Stampa, è stata rilasciata cinque giorni prima della risposta negativa da parte del Capo dello Stato Giorgio Napolitano alla richiesta di grazia.

Ecco di seguito la versione integrale del colloquio.

Già per due volte ha chiesto la grazia. Prima al Presidente Ciampi e un anno fa al Presidente Napolitano. Non ha mai ricevuto risposta, si é dato una spiegazione?

Trovo la necessità di fare una precisazione. Ho inoltrato la domanda di grazia all’ex Presi­dente Carlo Azeglio Ciampi oltre 2 anni e mezzo fa; ma dopo un mesetto circa, l’allora Presidente rivolse alla Consulta il quesito “a chi spettasse la decisione ultima”, essendo sorto un conflitto di potere tra la Presidenza e l’allora, Guardasigilli, l’onorevole Castelli. Per dirimere la com­petenza la Consulta impiegò i tempi canonici che certe decisioni impongono e così la ri­sposta arrivò quando il Presidente Ciampi era ormai prossimo alla fine del suo mandato, avendo rifiutato un secondo settennale nonostante le pressanti insistenze di destra e sini­stra. A quel punto, pur essendo personalmente convinto che una tale richiesta, non essendo una questione personale al cittadino Ciampi, ma un atto di clemenza chiesta all’istituzione che rappresentava, mi trovai nel dubbio se riproporla o meno e alla fine decisi che, non foss’altro che per una questione di rispetto, era giusto rifarla anche all’attuale Presidente…anche se, premessa a parte, non ho fatto altro che riproporre la precisa e identica domanda.

Perché ritiene di avere il diritto di chiedere un atto di clemenza?

Diciamo che più che il diritto a chiederla, era un dovere farlo! Lo dovevo almeno a Mia Madre ed alla Mia Compagna! E a tale proposito potrei rispondere citando un proverbio che suona più o meno cosi: Chiedere é lecito, rispondere é cortesia

Crede davvero di meritare la grazia? E se sì, perché?

Per rispondere a questa domanda farei prima a riportare un breve stralcio della mia stessa domanda di grazia. In quell’occasione scrissi: “Perché dovrebbe essermi concessa la Grazia? Sinceramente non lo so. Pensandoci e ripensandoci mi sovvengono molte più ragioni per non concedermela, visto i tanti disastri da me commessi. Sì, ne ho combinate decisamente troppe! Anche se qualcuna in meno di quante alla fine mi sono state attribuite o di cui mi sono auto‑accusato; ma non é certo su questo bilancio che potrei mai basare una tale richiesta”. ­Diciamo che mi sono limitato a chiederla. In un caso del genere non credo si possa parlare di meritare o meno. Questa mia carcerazione é iniziata nel febbraio 1972, cioè quando la maggior parte di chi mi legge, non era ancora nato. Ma in riferimento a carcerazioni precedenti, ero già in galera molti anni prima che l’uomo mettesse piede sulla luna! Vero che il fine pena mai prevede la carcerazione sino a morte non sopravvenga ma se la carcerazione deve avere un senso. In ogni caso, aldilà del fatto che l’ergastolo finirà per essere ridimensionato, non spetta me che son la parte interessata, dire perché sì: altri devono valutare, e, infine, spetta al Presidente decidere.

Che cosa pensa delle ultime richieste di grazia, come per esempio il recente caso Custra in cui anche la figlia della vittima si é schierata a favore della clemenza nei confronti dell’assassino del padre? o di altri casi che stanno imponendo una seria riflessione all’opinione pubblica ancor prima che ai responsabili delle istituzioni preposte, a cominciare dal Capo dello Stato?

Che posso dire se non che leggere l’intervista della figlia del vice‑brigadiere Custra mi ha fatto venire la pelle d’oca?! Il Perdono che si può concedere o meno da parte di chi é stato vittima della privazione di un amato congiunto è talmente personale che, a mio avviso, chiunque farebbe meglio ad astenersi dal fare qualsiasi commento! Nel caso specifico, se mai, penso che quando una giovane donna riesce a parlare come Lei ha fatto nell’intervista dopo essere stata privata dell’ amore di un padre sin dalla più tenera età, non può che essere di un’umanità straordinaria e che, forse, dovremmo invidiarla un po’ tutti! Se mai posso fare una considerazione che ritengo vada oltre la domanda stessa: premesso che in alta considerazione le serie riflessioni dell’opinione pubblica, in questo caso, come in ogni altra situazione in cui l’ emotività di un momento potrebbe determinare decisioni abnormi, (chi nel momento stesso in cui viene ucciso un Bimbo non ritiene indispensabile, almeno in determinati casi, la pena di morte?!) ritengo che ci debba essere sempre e comunque qualcuno che, investito di poteri che le stesse persone che poi formano l’opinione pubblica hanno finito per conferirgli, debba poter dire una parola di definitivo equilibrio.

Che cosa pensa di se stesso. Se fosse un cittadino comune assolverebbe Renato Vallanzasca? E come crede di venir percepito dalla gente?

Assolvere Vallanzasca? Non ci penso nemmeno lontanamente! Nemmeno essendo Vallanzasca!!… Sono intellettualmente Troppo Onesto per permettermi una simile scelleratezza!!! Magari potrei solo dire sommessamente che quasi otto lustri di galera scontata non sono una vera e propria assoluzione. Non so come mi percepisca la gente; aldilà del fatto che chi esprime giudizi su di me, nella stragrande maggioranza dei casi lo fa basandosi, logicamente, sulla conoscenza approssimativa dei reati che mi vengono attribuiti e sui giudizi critici che, perlopiù giustamente, gli organi di stampa mi hanno sempre riservato… posso però dire che negli ultimi anni, diversamente dalle lettere di un lontano passato che erano soprattutto di fanciulle quasi osannanti (?!)… ho instaurato rapporti di solida Amicizia con tante persone che, pur condannando il mio passato, pensano che forse, dopo una intera esistenza passata tra quattro mura, un’altra opportunità potrebbe essermi concessa. Anche se convengo che qualche centinaio di lettere ricevute non può certo essere considerato un sondaggio attendibile.

Pensa mai ai famigliari delle sue vittime?

Ho troppo rispetto per Loro per tentare di sfruttare una domanda del genere pro domo mea!.. La si interpreti come meglio si ritiene, ma non intendo rispondere a questa doman­da… perché, qualunque cosa potessi dire potrebbe essere interpretata in modo errato.

Chi l’aspetta fuori dal carcere dopo 35 anni di galera?

Non vorrei apparire come uno che puntualizza il superfluo, ma se é vero che, se si escludono i sette mesi di latitanza, la mia carcerazione ebbe inizio nel febbraio 1972, lo è altrettanto che a quell’epoca, mi ero già fatto altri quattro armi di casanza! A parte questo, si, c’é chi, fuori da queste mura, mi aspetta! Ovviamente la Mia Adorata Mammetta anche se, a 90 anni ho il terrore che possa essere il decorso naturale della vita ad impedirmi di riabbracciarla, perché, come dice Lei, il suo orologio corre tremendamente in fretta! Poi c’é Antonella, la Mia Donna, colei che come un’ombra mi segue da più di 40 anni! E la Sua numerosissima Famiglia che ormai é anche la mia! Insomma, se avrò mai l’opportunità di tornare libero, avrò la grande fortuna di trovarmi circondato da una grande e calorosissima Famiglia!

Lei ha un figlio, Maxim, che oggi ha 36 anni. Vuole incontrarlo? E, soprattutto, lui vuole incontrare lei?

Che domande: chi potrebbe non sentire l’insopprimibile necessità, più che di incontrare, di Conoscere il proprio Figlio?! e non solo perché anche Lui ha finito per essere un’ altra mia incolpevole vittima. Ma qui finisce il discorso: solo io so quanto desidererei avere un seppur piccolo spazio nel suo futuro! Ma questo non dipende da me: Lui ora ha la Sua vita… una vita che lo vede felicemente sposato e padre di due bimbe. Non so se Lui voglia incontrarmi o meno diciamo che, soprattutto grazie all’ interessamento di Antonella, sono riuscito a rintracciarlo. Lui non ha ancora deciso se volermi incontrare, suppongo che ci debba riflettere. Lo capisco! Ma essendo un inguaribile ottimista aspetto fiducioso.

Ha una casa dove andare a vivere?

Certo che avrei una casa dove andare a vivere! L’appartamento di Antonella, pur non essendo grandissimo, sarebbe la nostra graziosissima dimora!

Ha intenzione di risposarsi?

Considerata la domanda così diretta, non posso esimermi dal rispondere: sì, é intenzione di Antonella e mia di sposarci appena sarà possibile! Non é una cosa semplicissima, visto che è convinzione un po’ di tutti che sarebbe il caso che adottassimo un basso profilo, cioè il far parlare di me il meno possibile ed è indiscutibile che Vallanzasca che si risposa sarebbe una ghiotta occasione per quello che pare essere ormai diventato il vero hobby nazionale, ancor più del calcio: il gossip. Se sino ad ora abbiamo evitato questo passo è stato proprio per non alimentare la cronaca… seppur, in questo caso, non sarebbe sicuramente nera! Ma a questo punto, anche se era nostra intenzione arrivare alle nozze solo dopo aver avuto la certezza di poter usufruire almeno della nostra Prima Notte…volendo coronare il nostro sogno (e perché no, di dare anche alla Mia Amata Vecchietta quasi morbosamente attaccata ad Antonella – l’immensa gioia di vedermi sistemato) considerato che il medesimo viene continuamente demandato in attesa di altrui decisioni, siamo arrivati alla conclusione di non doverci privare dell’unico diritto che non ci può essere negato!

Rimpiange qualcuno che non ha potuto rivedere in tanti anni di carcere?

Mio Figlio e qualcun altro amato componente della mia Famiglia a parte, direi di no! I vecchi Amici fanno parte della mia vita precedente. Certo, incontrandone qualcuno ci berrei anche un caffé, visto che con loro ho anche dei bei ricordi ma sarebbero sicuramente di più quelli che non mi entusiasma ripensare! Quindi e poi mi sono riproposto di vivere al futuro visto che il passato è doloroso da rivivere in sé stessi per me e per troppe persone.

Il suo nome Renato, ovvero nato due volte, ci invita a farle una domanda: se potesse ridisegnare la propria vita da capo che cosa non farebbe? E che cosa invece farebbe?

Purtroppo la vita non é una pellicola cinematografica in cui si possono effettuare tagli a piacere! Mi pare un gioco abbastanza sciocco. Preferisco pensare che per onorare al meglio il significato del mio nome, potrò, nel caso mi sarà concesso di rimettere i piedi fuori, di rinascere ad una seconda vita partendo da presupposti del tutto diversi da quelli per i quali oggi sono cosi tristemente conosciuto! E mi auguro non ci sia nessuno che voglia togliermi anche la possibilità di avere almeno una speranza!

Come crede di poter vivere una volta diventato un uomo libero? Pensa di poter trovare un lavoro e di poter vivere come qualsiasi altra persona?

Ho tanti progetti; alcuni più ambiziosi, magari come quello di scrivere, visto che, a detta di tanti la cosa mi riesce mica male. Libri, magari, avendo già avuto qualche piccola esperienza­, provare con la sceneggiatura. Questo però sapendo che la prima attività avrà a che fare con la mia grande passione per il computer! Cosa che del resto già avviene, da tempo, con il mio impiego, forzatamente par time con Saman, una Onlus che opera nel sociale. Comunque si, preferirei potermi esprimere su un mio progetto anche se possibilità di lavoro ne avrei a iosa con Ie varie attività che mi sono state proposte da parecchie persone, in primis dai componenti della mia già citata grande Famiglia. In definitiva si, ancor più che poter vivere come qualsiasi altra persona. Bramo di poterlo fare! Possibilmente prima di essere del tutto decrepito.

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Riceve sempre un sacco di lettere in carcere? Sono le solite sue ammiratrici?  o c’è dell’altro? E lei che fa, risponde o tace?

Anche a questa domanda ho risposto, seppur brevemente, in precedenza: posso, solo aggiungere che le persone che ora decidono di contattarmi, oltre ad essere in numero decisamente più esiguo, hanno un’età mediamente più alta delle sbarbine di un tempo. Mi consola il fatto che questo, che, senza nulla togliere alla briosità e all’aiuto psicologico che le tantissime lettere di qualche decennio fa mi hanno regalato, ritengo un salto di qualità, non sia dovuto solo al fatto che il tempo che senza pietà ha graffiato il mio fascino… per dirla alla Califano, ma a qualcosa di più importante e vero! Insomma, meno sbarbine e ragazzi in cerca di un personaggio, ancorché Negativo, da idolatrare… e più gente normale, adulti che fanno i lavori o le professioni più disparate e che mi scrivono senza la morbosità di un tempo. Probabilmente queste lettere sono meno coinvolgenti ma, anche in considerazione della mia età che, in omaggio a Monsieur de.la Palisse non, è più quella di 30 anni fa, la cosa è tutt’altro che un male! In genere rispondo a tuffi seppur con minor sollecitudine di una volta, anche perchè ora ho un po’ meno di testa per farlo, e un lavoro che, nonostante mi diverta… mi tiene abbastanza impegnato.

Continua ad avere un rapporto epistolare frequente con l’ex prefetto Achille Serra diventato super commissario a Roma?

No! A patte il fatto che non ho mai avuto un rapporto epistolare frequente con I’attuale super commissario! Gli ho scritto in tre occasioni: la prima per ringraziarlo per una sua intervista rilasciata a Valeria Gandus, giornalista di Panorama, visto che mi rendeva l’onore delle armi e lasciava chiaramente intendere quanto, fatta salva la contrapposizione dei differenti ruoli, mi rispettasse. La seconda per fargli pervenire un calendario personalizzato fatto al computer, La terza infine per metterlo, a conoscenza del mio disappunto per un suo comportamento che definirei da volta gabbana, visto quanto, si è rimangiato, per non dispiacere al sindacato di polizia, confermando il repentino dietrofront addirittura con un libro oltre ad altre scorrettezze di cui non lo pensavo capace. Lui sicuramente non perderà il sonno nel sentirmelo dire, ma se mai se ne dovesse presentare l’occasione, non perderò certo il mio tempo, per salutarlo!

Come sono i carcerati di oggi e che rapporto ha con loro?

Il rapporto è buono con tutti e con qualcuno, addirittura ottimo, anche se io ormai vivo in un mondo tutto mio che mi fa trascorrere almeno 14 ore al giorno attaccato al pc, anche se essendo sempre disponibile con tutti e un gran simpaticone, sarebbe pressoché impossibile considerarmi qualcosa di diverso che un bravo ragazzo nauseato dalla galera che vuol far­si solo i cavoli propri!.. In quanto ai carcerati d’oggi, anche se è sempre sbagliato fare di tutta un l’erba un fascio… seguono più o meno I’andazzo di quello avviene aldilà del muro. In fin dei conti il carcere è un microcosmo peggiorativo di quello che avviene tra le persone che vivono nel mondo esterno, quindi non ci vuole molto a capire cos’à oggi il carcere: è vivere il vostro mondo da dietro le sbarre.

Dopo tanti anni, ha qualcosa da rimproverare a qualcuno e vuole dire, invece, grazie a qualcuno?

Rimproveri?… No, se ci penso ne ho già fatto uno di troppo all’ex amico/nemico Serra… La lista dei Grazie invece sarebbe lunga! Sempre tralasciando i componenti della mia Famiglia, dovrei fare un lungo elenco di persone con cui mi sento in debito per le gentilezze che mi hanno fatto negli anni, gentilezze ancor più ­sentite perchè mi sono state usate da chi non ha mai fatto parte del mio ambiente e siccome non posso ringraziare pubblicamente qualcuno solo perchè è famoso, trascurando chi non lo è, evito di farlo ma Renato non si scorda con chi si è comportato da uomo o/e da amico con Lui!

Una vita, o quasi dietro le sbarre. Legge libri e giornali? Quali?

Negli ultimi anni ho letto molto poco per diletto, se si esclude qualcosa della grande Alda Me­rini. Poi ho “dovuto” leggere qualcos’altro, o perchè mi è stato chiesto di fare una prefazione, o anche solo per “dare un consiglio” all’autore. Si, negli ultimi diciotto anni non ho letto molto, anzi. Il fatto è che, in tutti i lunghi anni trascorsi nei famigerati “braccetti della mor­te” dove, potendo usufruire di una sola ora d’aria alla settimana e sempre rigorosamente iso­lati altro non si poteva fare se non leggere, ho fatto una tale indigestione di lettura che me n’è venuta la nausea (avevo la non poco invidiabile media di una 15ina di libri al mese, leggendo, pressoché quotidianamente, anche 20 ore al giorno! Garantisco che dopo otto anni a tale ritmo che mi ha consentito, tra l’altro, di leggermi per intero e per ben quattro volte, l’intera Bibbia ‑ cosa che, per la cronaca, ha contribuito a radicare ulteriormente il mio ateismo convinto! ‑ alla voglia di leggere subentra il rigetto, l’idiosincrasia!) E’ certo comunque che, tra le mie ultime lettere, non me la sentirei di dare dei consigli per gli acquisti anche perchè, di trascendentale ho trovato veramente poco o nulla. Se mai ho letto parecchio di informatica. Non avendo possibilità di apprendere da veri insegnanti, da autodidatta, mi sono messo a studiare su svariati testi e a leggere riviste sullo stesso tema. Per quel che riguarda i quotidiani, una volta ne leggevo pure troppi ma poi via via che il tempo passava, mi ammosciavano! Spero di non farmi troppi nemici dicendo che li trovo del tutto simili ai settimanali dedicati al gossip e se devo seguire i pettegolezzi… perchè dovrei anche spendere dei soldi e perdere il mio tempo, visto che, volendo, mi basterebbe tendere l’orecchio per ascoltare le chiacchiere che si fanno in galera, dove, non avendo di meglio da fare per impiegare il tempo, non sarebbe raro ascoltare i fatti degli altri e a me i fatti degli altri non sono mai interessati neppure quando mi piaceva leggere e tenermi informato.

Come vede l’Italia di oggi?

Come un Paese strano, assurdamente poco coerente siamo un po’ tutti napoletani, in tutto il bene e il meno bene che questo grande popolo rappresenta. Si, trovo che anche i leghisti siano molto più napoletani di quanto vorrebbero! Ma nonostante ciò non siamo per nulla nazionalisti, sempre molto attaccati.ai campanili ma solo finchè ci conviene! E’ un’Italia generosa con i Bimbi che muoiono di fame in Africa ma che lascia morire di freddo e di fame un barbone che è stato un coinquilino sino a poco tempo prima. Che vuole le strade pulite… purchè le discariche siano mille miglia lontane da casa propria che vuole la TAV per entrare in Europa - a patto che gli scavi non si facciano nella nostra zona -, dove esistono pensioni di anzianità da fame ma con i parlamentari più pagati d’Europa. Si potrebbe andare avanti per pagine e pagine, ma a che servirebbe? Vedo comunque un’Italia messa veramente male ma, purtroppo, sono italiano e non potrei amare nessun’altra Terra come questa che sento tremendamente mia!…

Da un po’ non si parla d’altro che di lavavetri. Oggi sono diventati un problema di ordine pubblico. Rischiano di far spaccare il governo e rischiano loro stessi il carcere. Che cosa pensa, politica a parte, di loro e della cosiddetta “tolleranza zero”?

Beh, mi pare tutto normale! Aldilà del fatto incontestabile che questi disgraziati siano per la popolazione una gran rottura, visto che non è raro che questi arrivino a compiere vere e proprie estorsioni… così come i rom che vivono spesso di espedienti e che insozzano le nostre periferie Ma la politica dell’emergenza, sopratutto, e, in parte, della tolleranza zero mi paiono questioni ormai istituzionalizzata e consolidata nel tempo, Di queste ultime vicende ne sento parlare ai TG, quindi ne ho una percezione molto parziale non dovendo viverla sulla mia pelle. Dico però che non mi pare la più drammatica delle emergenze. Probabilmente, dalla gente comune, è più sentita che non quella in cui Vallanzasca era in giro a far danni ma la ragione mi pare fin’anche ovvia, sti scassa palle toccano il quotidiano della gente che lavora e che non sopporta di essere infastidita e messa in pericolo da dei fannulloni che spesso dimostrano di essere pure un tantino delinquenti mentre Vallanzasca andava a prendersi i soldi in banca o li portava via a chi ne aveva tanti, senza rompere le palle all’onesto lavoratore! Non so, è un argomento difficile anche se, scusate I’affronto, anche riguardo all’evasione fiscale e/o a quella miriade di inciuci a tutti i livelli si è parlato, ma in modo molto più soft di emergenza… ma non mi pare di aver mai sentito paventare il carcere per gli evasori o agli intrallazzatori che fanno scempi ben più devastanti!..Gli StatiUniti che non ritengo certo la società da prendere a modello, ma che un pò da tutti è considerata tale, persino da qualche comunista ha distrutto addirittura Al Capone grazie all`evasione fiscale! Ma nella Bell’Italia. Fermo restando che la pressione del fisco italiana è addirittura vergognosa! Quasi un’esortazione ad ingegnarsi per farlo fesso! Pur con tutta la buona volontà, non riesco a considerare un lavavetri o un venditore ambulante che ha frodato il fisco per anni rimediando multe euro‑milionarie un criminale meritevole del carcere e, magari, una vittima colui che pieno come un uovo, non paga i giusti tributi! Ma l’Italia e’ anche questo… e forse è “giusto ” cosi.

INTERVISTA AD ANTONELLA D’AGOSTINO

‘Chi’ n°40 del 10 ottobre 2007

MILANO - ottobre

Forse si sono sempre amati, fin da quando lui aveva i calzoni corti, lei le trecce, e si rincorrevano per le strade del Giambellino. Forse si sono sempre amati, anche se le loro vite, a un certo punto, avevano preso strade diverse: lei era diventata moglie e madre e lui il bel Renè, il fiore del male (titolo dell’autobiografia uscita nel 1999). Forse si sono sempre amati, anche se hanno aspettato trent’anni per dirselo. Sentimenti svelati con pudore in un interminabile epistolario: lettere dal carcere. Forse si sono sempre amati. E ora che hanno deciso di sposarsi possono, finalmen-te, raccontare la loro storia.

Se ne parla da anni, ma stavolta e qualcosa di più di un progetto. Presto, infatti, inizieranno le riprese di un film e di una fiction sulla storia di Renato Vallanzasca, 57 anni, il mito della malavita milanese. Sulle spalle ha 35 anni di carcere. Ora e rinchiuso a Voghera, dove sconta la condanna a quattro ergastoli. Nel 2005 aveva chiesto la grazia al presidente Ciampi. Respinta, co­me si è saputo pochi giorni fa. Sconosciuti, per ora, produttori e cast. È cer­to, invece, che la storia sarà liberamente tratta dal libro Lettera a Renato (non ancora pubblicato) di Antonella D’Agostino. Non una scrittrice qualunque, non una biografa, ma la sua donna, la donna di Renato. Quella che, per oltre 40 anni, e stata la sua migliore amica, la confidente, la sola persona di cui Vallanzasca si fidasse. E che, dieci an­ni fa, e diventata la sua donna.

La prima cosa che ti colpisce e lo sguardo, intenso e fiero. Poi l’intensità con cui ripete quelle parole: «Sono 40 anni che lo aspetto. Un amore così for­te, che ha saputo superare ogni ostacolo, non potrà mai morire». Antonella D’Agostino, 57 anni, milanese, non ha mai amato farsi pubblicità. E rimasta nell’ombra a lungo. Ma adesso ha deciso di raccontare la sua vita, l’incontro e 1′amore con l’uomo che per lei è semplicemente Renato, non Vallanzasca.

Quando s’incontrarono per la prima volta avevano dieci anni. Lei, prima femmina di una famiglia numerosa, trascorreva le sue giornate nel negozio da parrucchiera della zia, nel quartiere del Giambellino. Anche Re­nato era li, e non in via Porpora dalla mamma come raccontano le cronache. «Era un ragazzino vivace, aveva un forte senso della libertà, ma era anche profondamente buono, generoso, sempre pronto a difendere il più debole co­me poteva essere quello che tutti chiamavano, con disprezzo, “quattrocchi”. Ci siamo subito voluti bene, un legame molto forte. Io, come lui, ero una bella ragazzina, “Lasciala stare, è mia sorella”, intimava minaccioso se qualcuno provava a darmi fastidio».

I bambini crescono, diventano adolescenti, le strade di Antonella e Renato prendono direzioni diverse. Lei comincia a lavorare in un negozio in via Montenapoleone e, ancora minorenne, sposa il figlio del proprietario (avranno un figlio e divorzieranno nel ‘77). Lui inizia la sua vita di ragazzo di strada: in principio sono bravate, come far scappare gli animali da un circo. Poi si passa alle pistole e alle rapine. «Eppure non ci siamo mai persi di vista. Ogni tanto veniva a trovarmi al lavoro, spesso ci scrivevamo usando sua madre, Marie, come postino, Gli anni e la vita non riuscivano a intaccare il rapporto di fratellanza che c’era tra noi».

Antonella ha 20 anni quando scopre che il suo Renato è diventato Val­lanzasca: le immagini di un tg che scorrono sul televisore non lasciano dubbi. «Il giorno dopo mi precipitai a casa di sua mamma. Volevo capire, sapere. Lei mi rispose: “L’hanno arrestato, non so alto”. Stavo malissimo, ero disperata, tormentata dai dubbi. Io, figlia di meridionali, non potevo essere la sorella” di un carcerato. Eppure l’idea di non poterlo mai più rivedere mi faceva impazzire».

Mamma Maria fa di tutto perchè Renato e Antonella non interrompano i loro rapporti. II figlio, dal carcere, le manda lettere indirizzate alla «sorellina mia bellissima». Lei, dopo mille ripensamenti, comincia a scrivergli. Ini­zia un epistolario che non ha ancora avuto fine. «Lettere intense in cui Re­nato mi diceva di stare attenta, faceva mille raccomandazioni, ripeteva che dovevo tenermi pulita. Chi, io? E allora perchè lui non aveva fatto altrettanto? Perchè era entrato nel mondo della malavita? Restava sempre sul vago. Diceva che “certe cose non le scegli, accadono, e quando ci sei dentro non riesci più a venirne fuori”».

A meta Anni 70 Antonella vive quello che definisce «un grave lutto». Non vuole dire di che cosa si tratti, ma solo che, in seguito a quel tragico evento, aveva perso la voglia di vivere. E di scrivere a Renato. «Erano due anni che non davo più noti-zie di me. Un giorno sua mamma mi chiama e mi chiede di andare da lei. Mi consegna un pacco di lettere di Renato. Lui non aveva mai smesso di scrivermi, ma lei, rispettando il mio dolore, non me le aveva recapitate. Marie mi dice che suo figlio continua a chiedere di me. dice che gli ha spiegato ogni cosa. Poi mi prega di prendere quelle lettere, di leggerle e di riflettere».

Renato conosce bene la “sorellina bellissima”. Sa quanta forza e quanta fragilità vivono in quella donna minuta, Alterna pa­role dolci a insulti. Parole forti che hanno il solo scopo di svegliarla dal torpore. Ci riesce, la fratellanza” ne esce rinsaldata e prepara la strada a un sentimento più forte. Quello che nessuno dei due, fino a quel momento, aveva ancora avuto il coraggio di esprimere all’altro. «Renato riceveva migliaia di lettere, che trasudavano sesso e sentimento, da donne follemente innamorate di lui, donne che erano fatte tatuare sul seno la sua immagine. Per me erano solo delle invasate, delle cretine. Anch’io gli scrivevo, e vero, ma ero sua “sorella”. Le altre che cosa volevano? Così, un giorno, glielo scrissi e lui mi fece una domanda che non mi sarei mai aspettata: “Non sarà che sei gelosa?”Non riuscivo a togliermi dalla mente quelle parole: come potevo essere gelosa di mio “fratello”? E poi gelosia vuol dire amore: ero davvero innamorata di lui?».

Mentre Antonella si tormenta nel dubbio, Renato rompe gli indugi: «Non hai ancora capito che sono 20 anni che sono innamorato di te?», scrive.«Non avevo il coraggio di rispondergli. Per una settimana il pavimento di casa e stato coperto di lettere scritte e subito strappate, una era troppo appassionata, un’altra troppo distaccata, un’altra an­cora troppo generica. Infine lo amnisi a me a lui: lo amo. Forse l’ avevo sempre amato. Da quel momento, nelle sue lettere, non fui piu la sua “sorellina bellissima”, ma la sua “moglie adorata”».

Antonella si commuove ricordando il primo bacio: era il 1° maggio del 2005. «Come ogni domenica ero da mamma Maria. Suona il citofono: “Sono il coman-dante di Voghera”. Voghera? Dio mio, il carcere. Renato in quel periodo stava male… è morto, penso. Scendo le scale di corsa e nell’androne mi trovo di fronte un muro di agenti. Sto per urlare, quando sento la voce di Renato: “Amore mio, sono qui”. Sento armeggiare con i ferri, non vogliono farmelo vedere in manette. Poi la folla si apre. Lui mi viene incontro a braccia aperte, mi bacia: “Vita mia, sapessi quanto ti amo. Ti amo, ti amo”.

«Quante falsità sono state scritte su Renato. II bel Renè, lo sciupafemmine. Ma quando le avrebbe sciupate, visto che ha 57 anni di vita e 35 di carcere? Solo io lo conosco e so quanto e sensibile e carico di umanità. E stato un malavitoso, è vero, ma non riesco a cre­dere che abbia ucciso cinque volte. E non lo dico perche sono pazza o accecata dall’amore, ma perchè ho letto e riletto montagne di carte processuali che lo scagionano. C’e stato un attimo in cui lo avrei ucci­so con le mie mani: sognavo i suoi morti, li vedevo accanto a me. Per questo ho voluto andare a fondo, farmi una mia idea: Renato ha scelto deliberatamenle di farsi carico di tutti quei morti perchè, dopo la prima condanna all’ergastolo, si era convinto che non sarebbe mai più uscito dal carcere. Prendendosi tutte le colpe, e non difendendosi mai, permetteva agli altri di tornare liberi. Lo hanno rovinato il suo altruismo e la mania di protagonismo. Ha giocato con il ruolo di bello e dannato che la stampa gli ha attribuito e che ha ancora incollato addosso. Gli ho chiesto piu volte delle spiegazioni. ma in un’ora di colloquio, o nelle tre di permesso che gli concedono per venire a casa. non riesci ad affrontare temi cosi importanti. Prima o poi mi spiegherà.

«Per oltre 40 anni sono stata la sua ombra, sapevo prima di ogni altro che cosa sarebbe successo nella sua vita. Sapevo anche del suo matrimonio con Giuliana Brusa (sposata a Rebibbia nel ‘79, da cui poi ha divorziato. ndr). Dico di più: mi aveva chiesto che cosa ne pensassi e avallai la scelta. Posso assicurare che e stato un matrimo­nio studiato ad hoc per l’opinione pubblica. All’epoca si parlava di una forte rivalità tra lui e Francis Turatello. Renato mi raccontò che era stato proprio quest’ultimo a suggerirgli di trovare il modo per dimostrare al mondo che non erano nemici. Come? Facendogli fare da testimone alle sue nozze. Restava solo da scegliere la futura sposa. Giuliana era una delle tante che gli scrivevano, era innamorata pazza di lui e, soprattutto, sembrava la più a modo, Fu scelta tra una rosa di cinque pretendenti.

«La grazia negata e stato un duro colpo, forse più per me che per lui. Sono stata io ad assillarlo per­che facesse domanda al presidente della Repubblica. Lui non voleva. Dice che nessuno crede al suo ravvedimento, che lo vedono ancorato all’etica criminale di un tempo, quella che, 20 anni fa, lo ha portato a evadere dal carcere per l’ultima volta. La grazia negata e stato un duro colpo perchè avevamo sognato di sposarci. Nellc nostre lettere avevamo già sognato come sa­rebbe stata la nostra prima notte, il nostro incontro fatto di gesti che vanno oltre i baci e gli abbracci che oggi ci sono consentiti. È stato un duro colpo, ma non ha ucciso i nostri sogni. Se smettessimo di averne, sarebbe come morire. Ci sposeremo comunque. Renato chiederà un giorno di permesso e ci diremo “si” all’aria aperta. Il chiuso, le sbarre, l’odore di muffa non fanno per noi. Sposarci in carcere sarebbe come profanare questo amore».

Cristina Pace

“Non chiederò mai più la grazia. E intanto apro un blog”

Renato Vallanzasca ad Affari italiani, di Tiziano Marelli

Sul rifiuto della concessione del provvedimento di grazia nei suoi confronti abbiamo rivolto alcune domande a Renato Vallanzasca, forti di una consuetudine epistolare iniziata professionalmente tempo fa, e che ormai da tempo si è trasformata in reciproca stima e indubbio rispetto. Come si potrà anche dedurre dal ‘botta e risposta’ riportato di seguito, Vallanzasca si dimostra una volta di più uomo franco e schietto, non nasconde la sua rabbia per l’accaduto ma si sente comunque “forte come una roccia”, pieno di interessi e speranze per il futuro, anche se forse non da uomo libero, visto che non ha intenzione di rinnovare in futuro la domanda che stavolta non è stata accolta. Tutto questo, e non solo questo dice ad AffariItaliani, fino a parlare anche del suo “strano rapporto” con Achille Serra. Colgo l’occasione per ringraziare Valllanzasca per la sua disponibilità, convinto come sono che la scritta “Fine pena: mai” che compare sul suo fascicolo giudiziario vada rivista, alla luce dell’uomo nuovo che Renato ha ormai da tempo dimostrato di voler essere, come si potrà anche evincere dalle parole che qui sotto riportiamo. Vorrei anche segnalare una sorta di “chicca telematica”. Come si noterà anche nell’intervista, Vallanzasca accenna almeno in due occasioni alla rete e alle sue peculiarità, a dimostrazione di una conoscenza di internet impensabile per qualcuno che non ha certamente mai avuto occasione di accedervi direttamente, in un modo o nell’altro, dalla sua… postazione fissa. Ebbene, è questa è senz’altro una notizia (non solo curiosa, senz’altro): da pochissimo tempo è attivo il blog www.renatovallanzasca.com . L’home page è una sua lunga lettera che spiega il perché dell’iniziativa virtuale, e non mancano le possibilità di “interagire” con l’autore, anche se lui potrà poi intervenire solo per interposta persona. Tempi davvero diversi, se ne deve convenire, da quando il bel René scorrazzava per le strade della Comasina…

Sinceramente, ti aspettavi che la domanda di grazia fosse respinta?

Quando è iniziato l’iter, ero molto scettico che la grazia potesse essermi concessa. Poi mi arrivarono voci da persone che si definivano “bene informate” che cominciarono a farmi sperare che la cosa potesse anche concretizzarsi. Ma più o meno cinque mesi fa venni a conoscenza di un’esternazione fatta da un politico che suonava più o meno così: “Per principio non avrei nulla da ridire se fosse concessala grazia a Vallanzasca, perché aldilà dei crimini di cui si è reso responsabile non si può negare che di galera se ne sia fatta come nessun altro, pur non essendo certo il peggiore in assoluto. Fra l’altro, non ha mai accampato scuse sociologiche o finti piagnistei. La sua sfortuna, adesso, è stata la concessione dell’indulto, le polemiche che ne sono seguite e il momento emergenziale e difficile che stiamo attraversando. Basti pensare a Vallettopoli”. Quando ho letto di questo accostamento, mi sono convinto di due cose: la prima era che la grazia dovevo scordarmela, la seconda è che il nostro è un Paese ormai proprio alla frutta.

Come ti senti ora?

Come si può sentire una persona a cui sembra abbiano tolto ogni speranza? Ma come dicevo, ero preparato al peggio, quindi dopo un attimo – ma proprio un attimo! – di smarrimento, ho ripreso a vivere la mia solita vita che, a dispetto di chi mi vorrebbe sull’orlo della pazzia, è piena di interessi al punto che vorrei che le mie giornate fossero di settantadue ore. E se si tiene presente che si tratta dell’affermazione di un ergastolano, si potrebbe pensare ad una sparata paradossale, ma è la pura e semplice verità. Le sole cose stonate alla notizia che sarei rimasto ancora dentro sono state le reazioni di Antonella (Antonella D’Agostino, la sua attuale compagna, ndr) e soprattutto della mia bella mammetta: loro, nonostante da tempo cercassi di metterle in guardia sulla possibilità che la risposta fosse negativa, ci credevano davvero, e quindi è naturale che la loro delusione sia stata grande. E se adesso Antonella se n’è fatta una ragione, così non è per la mamma: lei non si è ancora ripresa, e il suo cuore malatissimo continua a fare le bizze.

Ti senti ancora di combattere per la tua definitiva libertà?

Assolutamente no. Combatterei alla morte - vorrei mi si credesse sulla parola - se si trattasse di qualcosa che riterrei mi spettasse di diritto. Ma io avevo chiesto un atto di clemenza. Sarebbe assurdo, adesso, accampare ancora pretese.

Quindi, non ripresenterai la domanda di grazia in tempi brevi?

Non se ne parla proprio. Mi sono lasciato convincere una volta, ed è stata una volta di troppo. Del resto, sono dodici anni che Renato Vallanzasca non ha più creato il benché minimo problema a nessuno. Dodici anni: non giorni, settimane o mesi… dodici anni! E voglio anche essere preciso in merito ai conteggi che mi riguardano. In totale, fino ad ora, sono trentasette gli anni di carcere che ho scontato. Ma qui voglio parlare solo degli ultimi dodici, perché nei precedenti è indubbio che io non abbia mai esitato a creare ogni sorta di problema a chiunque abbia tentato di tenermi “ristretto” tra quattro mura, condizione alla quale non riuscivo in nessun modo ad adattarmi. Fughe (più tentate che riuscite), scontri, casini… Quindi, anche se la galera fatta resta senz’altro, per la domanda di grazia intendevo che si tenessero in considerazione esclusivamente gli anni nei quali mi sono comportato da detenuto quasi modello. Se questo non è stato ritenuto sufficiente dal Presidente, non posso farci nulla, io ho fatto quello che ritenevo giusto. E se anche il Presidente Napolitano ha agito convinto di essere nel giusto, la storia può finire qui: a lui non devo chiedere più niente!

Si può allora dire che la tua vita sia… ripresa come prima. Allora. come passa le sue giornate il detenuto Vallanzasca?

Come già accennavo prima, sono tutte decisamente impegnate ed impegnative. Mi do molto da fare e, oltre a mantenere solide (come si dice oggi) public relation con l’esterno, aggiorno le mie conoscenze informatiche leggendo libri e riviste che trattano la materia, senza contare che continuo il mio rapporto lavorativo con Saman, una onlus che ormai da un paio d’anni è il mio datore di lavoro. Insomma, a parte qualche giornata decisamente storta, non posso certo dire di annoiarmi.

Hai presentato anche domanda per il lavoro esterno? In qualche modo credi a questa possibilità?

Non ho neppure la più vaga idea di quello che, a questo punto, potrebbe essere il mio futuro. E non credo che farò proprio nulla, e non chiederò più niente. Chi di dovere è a conoscenza di quali e quanto diano seri i miei propositi. Credo che ora tocchi ad altri farmi delle proposte, serie almeno quanto lo è stato in questi anni il mio comportamento. Se succederà bene, altrimenti marcirò qui. In fin dei conti me la sono cercata. Credo, però, che non cogliere quanto sia importante favorire il mio reinserimento sarebbe da ottusi, in una situazione giudiziaria e carceraria che va sempre più verso lo sfascio totale. Vallanzasca martirizzato e capro espiatorio: a chi giova?

Hai potuto usufruire di altri tipi di permessi nell’ultimo periodo?

Parlare di permessi ora, dopo il rifiuto della grazia, è assurdo. Del resto, già prima di quando si era intuito che la risposta del Presidente non sarebbe stata positiva, di benefici di qualsiasi tipo nei miei confronti non si è più parlato. Non voglio certo lamentarmi, ma fino al luglio scorso qualcosa mi era stato concesso: magari senza che mi potessi “allargare” troppo, ma non ho dovuto nemmeno patire troppo per ottenere qualcosa. Insomma, anche se lentamente, alcuni meccanismi sembravano essersi messi in moto. Poi, con la mancata grazia, è stato logico che questi meccanismi ne abbiano risentito. Paradossalmente, questa storia mi ha fatto fare alcuni passi indietro… Comunque, sono corazzato e determinato a proseguire sulla strada che intrapresi al mio arrivo a Novara dall’Asinara, appunto una dozzina di anni fa. Prima o poi anche chi è meno propenso a credere che il Renato di oggi non ha più nulla a che spartire con il famigerato bandito di un tempo me che in nessun caso potrebbe mai più rappresentare un pericolo, dovrà rendersi conto che le chiacchiere sono a zero, e a contare sono solo i fatti. E. lo ripeto, i miei sono dodici anni di fatti concreti. Torno solo un attimo ai permessi solo perché questa nuova situazione mi ha creato problemi con mia madre, considerato che ormai da anni sono riuscito a vederla solo andando a trovarla, visto che le sue condizioni di salute non le permettono di muoversi. Del resto, proprio la vicinanza di Opera a lei è stata la ragione del mio trasferimento da Voghera. Dopo tutto quel che è successo nell’ultimo periodo, dall’ultima volta che sono andato a casa a trovarla sono passati tre mesi. E non aggiungo altro.

Achille Serra dice spesso che quando pensa a te pensa anche ai suoi uomini caduti per mano tua. Vuoi dire qualcosa a questo proposito?

Non discuto che, sentendo parlare di me, Serra possa ripensare ai suoi uomini caduti: sarebbe indegno per qualsiasi uomo di Stato se così non fosse. Vorrei però ricordare che lo stesso Serra, sino ad un paio di anni fa, si era sempre espresso in un certo modo su di me e su tutta la mia vicenda, anche nelle interviste. A questo proposito anticipo che, per chi avesse la memoria corta, potrei trovare il modo di metterle in rete su internet, a scanso di equivoci. Ultimamente, parlando della grazia, pur dicendo che lui me l’avrebbe concessa, Serra affermava anche che in un Paese dove sono pochi quelli che veramente pagano tanto a lungo un loro debito con la Giustizia, a uno come me (visti gli anni scontati) sarebbe stato giusto concedere un’opportunità, magari ricorrendo ad una di quelle misure alternative di cui molti usufruiscono. Parola più, parola meno. Subito si sono levate le solite proteste: la vedova di un poliziotto per la morte del quale sono stato condannato all’ergastolo (ne approfitto per dire che sulle mie reali responsabilità di quel fatto parlerò a tempo debito), il sindacato di Polizia e persino il responsabile dell’associazione delle vittime di mafia. Da quel momento in poi Achille Serra non ha perso occasione di esternare per “chiarire”al meglio la sua posizione, di fatto creandomi solo problemi. In più, nel libro che ha scritto sulla sua “vita da poliziotto” (ed evito qualsiasi commento sull’opera dal punto di vista strettamente letterario…) mi dedica circa un centinaio di pagine: quasi un terzo dell’intera pubblicazione! Vista l’occasione ne ho approfittato per scrivergli e per dirgli quello che pensavo del suo “cambio di rotta” rispetto alla mia condizione detentiva e facendogli notare che aveva pubblicato, su di me, un coacervo di falsità. Ovviamente non mi ha risposto ma nemmeno denunciato, come forse poteva fare, visto il tono della mia lettera. Anzi, a qualcuno ha avuto modo di confidare: “Renato, dopo aver letto il mio libro, mi ha scritto”, lasciando intendere che mi felicitassi con lui. Forse dovevo farlo davvero, vista la valanga di fango che mi ha rovesciato addosso! Ultimamente mi è pure toccato sentire che si è interessato per farmi avere un avvicinamento alla mia vecchina malata. Colgo quindi anche questa occasione per far sapere al signor Serra che né io né la mia mammetta sentiamo il bisogno dei suoi atti umanitari. Anzi, se vuol fare cosa gradita a me e a lei, eviti in futuro, se possibile, di parlare di Renato Vallanzasca.

Dopo che la domanda di grazia è stata respinta, hai ricevuto attestati di solidarietà?

Sì, e molti di più di quanti me ne sarei aspettati. Invece, non mi è arrivato nemmeno un messaggio del tipo “Ti sta bene” o “Sono contento”. Evidentemente erano in molti a sperare in un mio ritorno alla libertà. E qui allora ne approfitto per ringraziare di cuore tutti, anche i tanti anonimi che mi hanno scritto per dedicarmi un pensiero. E rivelo un episodio: per circa un’ora, il giorno della non-concessione della libertà si è sparsa su internet la notizia chge sarei invece tornato libero. Come si può immaginare, io non posso collegarmi ad internet, ma evidentemente qualcun altro lo ha fatto, prendendo per i fondelli la rete. Antonella, che non ha il senso dell’humour, mi ha anche detto che si è fatta un bel pianto. A me, invece, la cosa ha divertito parecchio…

Quindi, a conti fatti, ti sono vicini in tanti…

Con il cuore e la mente penso siano anche molti più di quanti si sono premurati di farmelo sapere scrivendomi. E quelle che “vedo” e sento care sono tantissime persone. Naturalmente, so benissimo di poter contare moltissimo su Antonella e sulla sua e nostra grande famiglia. Posso assicurare che se mai dovessi avere necessità di sostegno morale, grazie alla mia famiglia mi sentirà sempre forte come una roccia!

ERGASTOLANI DI TUTTA ITALIA, CHIEDETE LA GRAZIA

L’anno nuovo si apre con la polemica sul concedere o meno la grazia all’ex numero tre del Sisde Bruno Contrada, condannato a dieci anni per concorso esterno in associazione mafiosa. Ha stupito molti la straordinaria rapidità con cui il ministro della Giustizia Clemente Mastella ha istruito la pratica, contrariamente ai sei mesi previsti, per “ragioni umanitarie di eccezionali urgenza.” Ora, noi non sappiamo se Contrada sia colpevole. Ed è possibile che non lo sia, intendiamoci, specie se si considera che l’Italia è di gran lunga il Paese più condannato dall’Unione Europea per ingiusta detenzione e errori giudiziari. Però Mastella stavolta ha fatto di più, visto che il condannato non solo finora ha scontato solo sette mesi, ma la grazia non l’aveva nemmeno mai chiesta. Cioè lui non l’ha chiesta, anzi nega di volerla mai chiedere, e il ministro ha istruito lo stesso, da subito, la pratica. Quest’insolita celerità, spiegata con “ragioni umanitarie di eccezionali urgenza”, stride assai con quanto accade nelle nostre galere per i dimenticati da Dio. C’è dunque da chiedersi cosa sia e per chi valgano, di volta in volta, le ragioni di “eccezionale urgenza”. Ci sono ad esempio, tra migliaia, sette persone in galera da dieci anni che oggi risultano innocenti (altre tre nel frattempo si sono suicidate) per delitti commessi in Puglia da un serial killer, il tunisino Sebai, reo confesso dopo un decennio e in attesa di giudizio, ma costrette a restare dentro ancora a lungo per la lentissima macchina burocratica della giustizia: e non si sono visti lì né ispettori né, tantomeno, benefici per “ragioni umanitarie”. Né sono valse le “ragioni umanitarie” per Renato Vallanzasca, che ha fatto di galera qualcosa come 37 anni e cinque mesi in più di Contrada. E che, nonostante tre quarti di vita in prigione, tre quarti di vita dico, ha atteso l’iter regolare e si è visto poi schiaffare parere negativo. Forse perché ancora non è abbastanza martoriato, e ha la “sfiga” di essere ancora sano e “giovane”. Eppure le “ragioni umanitarie” dopo 38 anni magari andrebbero considerate, no? Ci sono ancora persone, per citarne una, Domenico Morrone, rimaste dentro quindici anni da innocente, quindici anni, non bruscolini. Bene, quando Morrone è uscito, per essere risarcito degnamente ha dovuto far causa allo Stato che gli ha rubato la vita. E ancora aspetta. E nessuno paga. Lo Stato non risarcisce nemmeno quando si tratta di torti marci, figuriamoci per “ragioni umanitarie”. Però, sicuramente le cose devono essere cambiate col nuovo anno. Devono, se le “ragioni umanitarie di eccezionale urgenza” stanno, come hanno stabilito i medici, nel fatto che Contrada abbia il diabete e le sue condizioni di salute peggiorino costantemente. Il che, a confronto con centinaia di persone rimaste in galera ingiustamente anche quando, stando a rapporti dal carcere da brividi, avevano aids o cancri terminali, per anni e non per mesi, stupisce. Ma evidentemente il ministro Mastella ha voluto cambiare il corso degli eventi. Negli ultimi mesi era stato accusato da più parti di inviare ispettori molto lestamente ogni volta che era implicato un politico in un processo, o di aver chiesto, con pratica fulminea, il trasferimento del pm che poi lo avrebbe indagato, Luigi De Magistris, da Catanzaro. O ancora di aver promulgato l’indulto solo perché a beneficiarne erano politici e imprenditori dei crack e bancarotte varie. Insomma di muoversi solo per personaggi eccellenti. Ora questa nuova polemica per la rapidità nella vicenda di un altro carcerato arcinoto. Invece erano “ragioni umanitarie di eccezionale urgenza.” Siamo d’accordo. Lasciamoci tutte le malignità alle spalle. Noi vogliamo pensare che questa attenzione sia rivolta non al singolo detenuto, non al solito detenuto eccellente, ma a tutti quelli che vivono una condizione simile. E magari agli stessi agenti di polizia penitenziaria, che hanno registrato nelle loro fila, negli ultimi dieci giorni del 2007, ben 4 suicidi. Anche loro a Capodanno hanno chiesto un intervento di Mastella che, pur non essendo ancora arrivato (d’altronde erano gli stessi giorni della polemica per Contrada e si doveva scegliere la priorità), non dubitiamo giungerà presto. Perché in galera si sta davvero male (siano i 7 mesi di Contrada o i 38 anni di Vallanzasca) e lui vorrà cambiare le cose. Ed è proprio perché la Legge è uguale per tutti e perché non siamo certo noi a volere in galera persone gravemente malate, che invitiamo tutti gli ergastolani con un problema serio di salute, a sfruttare la sensatissima “ragione umanitaria” che il ministro ha sin troppo bene esposto: non serve nemmeno che siate dentro da troppo tempo, nemmeno che dichiariate la vostra colpevolezza e non c’è nemmeno bisogno che la grazia la chiediate voi. Potrebbe farlo il vostro legale, o, che so, un familiare. Il ministro dovrebbe essere comunque, per “par condicio”, assai solerte nell’istruire la pratica. E l’anno sarà così iniziato all’insegna della speranza. In fondo, cosa avete da perdere? Nella peggiore delle ipotesi, saremo tutti indagati per “istigazione a sperare”. Che non è un reato.

Edoardo Montolli, Cronaca Vera, martedì 8 gennaio 2008

 

 

 

INTERVISTA A RENATO VALLANZASCA DA MAX, MARZO 2008

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Lo sbirro, il masnadiero, il soldato

Accostamenti paradossali ancorché provocatori. Una provocazione indotta non dal desiderio dello scandalizzare i buoni borghesi ma dall’esigenza di ricondurre il paradosso a “valori” paradigmatici. In un tempo in cui i valori (di cui in tanti continuano insulsamente a parlare ignorando “che non esistono affatto fenomeni morali, ma solo interpretazioni morali dei fenomeni”), sono divenuti un mero flatus vocis. Un nominalismo, insomma, che non trova alcun riscontro con la realtà di una società che vive banalmente e disperatamente la dimensione del nulla. La si pianti, allora, di cianciare in nome del Diritto e dello Stato, di ciò che ha da essere fatto in difesa dell’uno e dell’altro. Un Diritto desacralizzato ed uno Stato ridotto a digerente che, per dirla con Nietzsche, tutto divora con denti rubati.

Grazia sì, grazia no. Chi deve deciderlo e con quale autorità, ammesso che essa venga richiesta? E che differenza può fare concederla a Contrada, a Vallanzasca, a Priebke? O all’uno sì e agli altri no?

Uno sbirro, un masnadiero, un soldato. Esemplari identitari profondamente dissimili accomunati dal solo essere ostaggi della legge e destinati, probabilmente, a morire in captività. Un servitore dello stato, un ribelle irriducibile, un combattente colpevole di aver obbedito agli ordini dei “vinti”.

Un servitore sacrificato per consentire alle cosche della mafia dell’antimafia di realizzare la via giudiziaria al potere. O soltanto – è il caso di Caino-De Gennaro - di fare carriera eliminando grazie alla fabbrica ed alla gestione dei pentiti un fastidioso concorrente. Tutto è noto, tutto è documentato e nessuno – in preda ad orgasmi giustizialisti – s’inventi nulla. Se una colpa è da imputare a Contrada è quella di essersi ostinato a non svelare i “sistemi criminali” di cui lui stesso, poi, è rimasto vittima.

Uno sbirro con vocazione masochista.

Altra cosa è “il ragazzo della Comasina” che va da decenni consumando il suo tempo coatto nei braccetti di lungo isolamento. Irriducibile e protervo. Le ha tentate tutte per evadere e talvolta c’è riuscito. Più volte è stato massacrato di botte dai secondini. Spesso tanto per gradire e in gergo lo chiamano Sant’Antonio. Un ribelle che non si è mai rifugiato dietro a pretestuose motivazioni sociali per giustificare le sue scelte di devianza. “Non avevo problemi, godevo anche di un certo benessere familiare: mi piaceva fare ciò che non doveva essere fatto. Che era scorretto, che insomma dava tanto fastidio alla gente per bene, rispettosa della legge”.

Il “Bel Renè” ha rapinato, ha ucciso, ha costantemente trasgredito. Sempre fedele, però, alle sue leggi di onore. Un guascone amato dalle donne e politicamente scorretto perché a suo dire “fascista”. Un masnadiero che non è mai stato infame e che anzi più volte si è addossato colpe non sue. “Abbastanza spesso il criminale non è all’altezza della sua azione: egli la immeschinisce e la calunnia” (cfr. F.Nietzsche, Al di là del bene e del male). Vallanzasca è sempre gaiamente stato all’altezza.

E poi un capitano. L’icone aristocratica del soldato teutonico. Anche per questo odiato: per la sua grandezza estetica, ancor prima che per avere “giustiziato” degli inermi. Destinati al macello dagli eroici gapisti di Bentivegna che con l’ azione “mirata di Via Rasella fecero scattare la rappresaglia tedesca. Quelli che in una recente sentenza della Cassazione (sì proprio quella lì, l’espressione suprema della Giustizia profana, cari signori benpensanti!) sono stati considerati dei benemeriti combattenti. Erich Priebke, dunque. Oggetto di un sequestro-estradizione dall’Argentina e incriminato per reati non commessi stando al Codice Militare di Guerra ed alle tante Convenzioni internazionali che regolano il diritto di rappresaglia. Assolto ma poi “riarrestato” nell’agosto del 1996 su imposizione turbolenta degli “intoccabili” olocaustici. Quelli del pianto che paga, guidati sempre dall’inguardabile Riccardo Pacifici.

Ed ancora la Cassazione pronta lì (sempre a seguito delle solite turbolenze dei soliti noti) a revocare al novantaquattrenne capitano il “lavoro esterno”.

Uno sbirro, un masnadiero, un soldato. Rei, oltretutto, di non implorare pietà.

Paolo Signorelli