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Biografia

Renato Vallanzasca,una vita bruciata in meno di 200 giorni 

di Tiziano Marelli, da L’Europeo n° 4 - anno 2005

Lo scorso aprile Renato Vallanzasca esce un’altra volta dall’oblio per chiedere la (non) grazia al Presidente della Repubblica, rinnovando così nella memoria collettiva la sua storia maledetta caratterizzata da una condizione di galeotto che ormai si sta facendo infinita, praticamente senza soluzione di continuità. Dei suoi cinquantacinque anni da poco compiuti, il “Bel René” (uno dei tanti soprannomi) ne ha trascorsi in carcere più di trentacinque: tolti l’infanzia, una parte dell’adolescenza e pochi scampoli da adulto è praticamente tutta la vita, meno un lustro. Un lasso di tempo infinito, sempre vissuto dietro le sbarre e spesso in isolamento. Eppure, quello che si ricorda di lui è la nomea di bandito spietato, di Re delle evasioni (almeno sei o sette possibili, cinque tentate, due riuscite: un curriculum corposo, ma non certo unico per la categoria). Si ricordano anche i suoi occhi azzurri, magnetici e freddi, in grado di far sognare schiere di ammiratrici che lo gratificano di attenzioni inviandogli anche ottocento lettere al giorno nel periodo di massimo fulgore. Si ricorda ancora che lui era il boss della Comasina: invece cresce in via Porpora, dalle parti di piazzale Loreto. Poi, che sarebbe nato il 14 febbraio; fa tanto romanzo immaginare un rubacuori - ancorché maledetto - venire al mondo il giorno della festa degli innamorati, ma la data esatta è quella del 4 maggio 1950, all’inizio del mese della Madonna: non suonerebbe bene un riferimento così pio per un duro e puro della mala. Secondo Camillo Rosica, il suo avvocato ormai da sempre, “Renato ha fatto di tutto per rovinarsi la vita, intorcinandosi in un’esistenza che altrimenti sarebbe stata di successo. E’ un uomo intelligentissimo calato in una parte in larga misura cucita da altri e cresciuto nella leggenda di cui lui stesso si è nutrito. Di sé amava dire, ormai tanto tempo fa: ‘Sono nato bandito, e questo so fare’. Ma se avesse deciso di essere manager o ingegnere, giornalista o avvocato sono certo che sarebbe stato un uomo di successo, di un successo tutt’altro che deleterio rispetto a quello che l’ha marchiato purtroppo fino ad oggi”.

Quando lo scorso aprile è uscito dall’oblio per chiedere la (non) grazia, lo ha fatto a modo suo: come sempre eclatante ma tutto sommato ancora perdente, nei modi e nei tempi. Nei modi, dopo uno sciopero della fame e mandando a dire a Ciampi che di lì a poco con una lettera si sarebbe rivolto a lui per l’atto di clemenza specificando di ben sapere, in fondo, di non meritarsela; poi, usando per diffondere la notizia un quotidiano come Libero: scelta forse freudiana, magari dovuta alla semplice evocazione data della testata del quotidiano rispetto a quella che auspicherebbe essere oggi la sua condizione (di uomo libero, appunto). Nei tempi, perché negli stessi giorni Angelo Izzo riusciva a compiere l’incredibile trent’anni dopo l’orrore del Circeo, rendendo così improbabile ogni afflato di clemenza verso il mondo dei detenuti - almeno nell’immediato - da parte della stragrande maggioranza dell’opinione pubblica. Ci ha guadagnato subito, comunque, tre ore in compagnia della vecchia madre malata, proprio nella vecchia casa di via Porpora che lo ha visto bambino, ché mamma Marie non ce la fa più ad andare fino a Voghera (ultimo suo “domicilio” conosciuto) a trovarlo. Già questo - da interpretare sicuramente come un atto di disponibilità da parte dello Stato - è evento inimmaginabile solo fino a qualche anno fa, quando Vallanzasca si trovava in uno qualsiasi dei tanti buchi profondi di una delle tante prigioni che lo hanno avuto ospite per niente gradito da parte di direttore di turno, secondini e compagni di ventura e mai - atteggiamento mantenuto a tutt’oggi - si sarebbe sognato di chiedere un permesso, la semilibertà o qualsivoglia favore da parte dell’autorità precostituita. Ma tutto questo, in fondo, fa parte della sua storia. La storia - dura e affascinante, da leggenda o da fumettone tragico - di Renato Vallanzasca, il Bel René della Comasina.

Apprendista del crimine

Ho incontrato un suo coetaneo, compagno di scuola e di giochi di un’età che dovrebbe essere solo tenera. Mi ha raccontato che, più o meno verso i dieci anni, con Renato ed un gruppo di amici erano in un campo a rubare frutta, dalle parti del Parco Lambro. Arriva il proprietario sbraitando e tutti se la danno a gambe, meno Vallanzasca. Questi fa arrivare l’uomo vicino, lo lascia urlare e minacciare poi gli tira, semplicemente e di scatto, un tremendo calcio al basso ventre. Quindi gli dà le spalle, raggiunge gli amici e tutti se ne vanno tranquilli. Facile farsi la leggenda del duro, così. Anche se, in verità, Renato aveva cominciato molto prima. A sei anni, il primo giorno di scuola. Ci va a piedi da casa - via Lulli è a qualche centinaio di metri - come tutti i futuri compagni, meno uno che arriva su un macchinone guidato dall’autista. Si ritrovano in classe insieme e alla prima occasione, lo stesso giorno, lo suona come un tamburo. Sospeso, con la minaccia di espulsione da tutte le scuole d’Italia se fosse successo ancora qualcosa del genere. Accade puntualmente al primo anno di medie, dopo aver già conosciuto il riformatorio per non aver trovato niente di meglio da fare che aprire le gabbie degli animali feroci di un circo di periferia e aver seminato il terrore. Capita che un professore prenda di mira un compagno di classe “debole” che il piccolo boss ha messo “sotto protezione”. Lui aveva avvisato l’insegnante di non provarci più, ma questi ci ricade e usa addirittura uno scudiscio per rafforzare il concetto. Così non può evitare la sonora dose di botte, prima che un René scatenato venga placcato da una selva di bidelli e cacciato per sempre da ogni scuola pubblica. Non se ne fa un cruccio: gli studi verranno compiuti privatamente e senza troppo sbattimento, di pari passo con l’impennata delle sue imprese, non più classificabili come marachelle, ancorché border line. Penserà di iscriversi a ragioneria, ma abbandona il proposito perché immagina sì di entrare in banca, ma dall’altra parte, con una pistola e per rapinare, non per fare l’impiegato. E’ così che diventa maggiorenne, passando dalle focacce “sgraffignate” ai suoi coetanei alle razzie dei magazzini di formaggi e prosciutti razziati da giovanotto, fino ai “colpi in villa” eseguiti in compagnia di vecchi banditi della Milano balorda, professionisti che sanno però spiegargli la differenza di un reato commesso senza pistola - che sarebbe solo un furto - da quello in armi che diventa rapina con un carico di pena - se si viene beccati - dieci volte superiore. Non presta molto orecchio a consigli che possono sembrare perle di mala-saggezza e, puntuali, arrivano le prime latitanze e i primi arresti. Viene rinchiuso nelle più diverse carceri minorili e ne sperimenta la durezza, prova generale per il soggiorno nelle galere per grandi (la prima volta sarà a San Vittore per una rapina, nel ‘69: un anno e dieci mesi per rapina, ma un anno è condonato) anche nel mettere a punto piani di evasione. Voglia di scappare che tornerà, nel tempo, sempre come un chiodo fisso. Un’altra delle sue disgrazie.

La “carriera”

Il trasferimento, armi (il termine ci sta tutto) e bagagli, alla Comasina arriva con la maggiore età. La zona è periferica, abbastanza squallida per  far sì che possa far crescere in fretta un alone da leggenda sul personaggio, e anche fertile per trovare compagni e complici di scorribanda. Fra immaginabili messe a punto e prove generali del gran colpo, la banda – solo alcuni nomi, i più conosciuti: Claudio Gatti, Vito Pesce, Massimo Loi, Rossano Cochis - si prepara alla prima vera prova del fuoco. La svolta, nella carriera criminale di Vallanzasca, arriva proprio un 14 febbraio, quello del 1972. Semplice immaginare che i giornali definiscano la “rapina di San Valentino” quella compiuta all’Esselunga di via Monte Rosa, a Milano. Fa freddo, e quella che poi verrà descritto dai giornali come un colpo magistrale è invece frutto di un campionario di errori, con tanto di “sfiga” aggiunta perché quello che doveva essere l’ultimo prelievo dei portavalori è invece uno dei primi: il “giro” per la raccolta del denaro viene effettuato al contrario, rendendo così vani dieci giorni di accurati appostamenti e attenzioni cronologiche messe a punto da Renato e quattro complici. Il bottino, dopo una sparatoria tremenda con la polizia subito accorsa, è di molto inferiore al previsto. In più, la macchina rubata per la fuga è inutilizzabile perché l’autista della banda ha perso le chiavi! I banditi scappano in ordine sparso, e Renato è anche costretto a nascondere parte del denaro nel locale immondizia di uno stabile lì vicino. Quando tornerà per prendere i soldi in compagnia di Consuelo (la sua donna) il portinaio li avrà già trovati e noterà – riferendolo poi alla Polizia - anche quel ragazzotto che gira intorno ai bidoni insieme ad una donna bellissima con vistosi stivaloni bianchi e pelliccia. Il suo arresto sarà solo questione di giorni. Stavolta in carcere ci starà quattro anni, e non solo a San Vittore. Dopo poco tempo, per una protesta dei detenuti, comincia una girandola di trasferimenti, e a Bari e Lecce arrivano anche le prime grandinate di bastonate da parte dei secondini come conseguenza del suo essere strafottente, tanto che spesso è difficile rimetterlo in piedi per renderlo presentabile in occasione di processi e interrogatori. In galera diventa padre di Maxim (avuto da Consuelo) e un giorno, a Milano, glielo portano in visita; nella carrozzina, sotto il materassino, qualcuno ha nascosto due pistole. Lui, inorridito, rifiuta di coinvolgere il bambino nell’ipotesi di fuga, tanto ci sta già pensando attivamente da solo. Il piano è ingegnoso e terribile insieme. Decide di farsi venire l’epatite, e si inietta il sangue di compagni di cella già colpiti da quella malattia; a “sostegno” dell’infezione si nutre di uova lasciate a macerare al sole e del tutto marcite. Diventa giallo come un limone, e la diagnosi è facile: l’epatite sembra devastarlo. Così viene ricoverato e curato al Bassini di Milano, e una sera d’estate ne esce tranquillamente, in pigiama, dal portone principale e con l’aiuto di un secondino, dove due complici lo aspettano in auto. E se ne va, per la prima volta. Attenzione, è il 25 luglio 1976, e la data è molto importante. Perché da questo momento fino al suo prossimo arresto – meno di sette mesi dopo – si concentra il suo destino criminale, con tutto il carico di tragiche conseguenze per sé, ma soprattutto per gli altri. Sono i 200 giorni più intensi e incredibili che si possono immaginare. Rimessa insieme la banda, Renato concentra in quella manciata di tempo davvero minima rapine (non meno di settanta, in media una ogni tre giorni), sequestri di persona (almeno quattro), investimenti immobiliari con i proventi dei colpi, controllo e gestione di bische clandestine, lotta fra bande… Insomma, violenze di ogni tipo. E omicidi. Di parecchi reati che gli verranno affibbiati si proclamerà sempre innocente, su altri glissa le possibili responsabilità, su altri ancora adombra la sua partecipazione senza mai fornire spiegazioni che possano farvi luce. Nessun dubbio sulla sua regìa rispetto al rapimento di Emanuela Trapani, così come lui stesso alimenterà le voci – senza mai calcare la mano: con le donne è sempre stato un signore, va riconosciuto – di una love story con la sequestrata, presi in un turbinio da sindrome di Stoccolma che fa perdere ad entrambi quasi la testa e – in barba ad ogni logica di sicurezza – addirittura porta alla “riconsegna a domicilio” della bella Emanuela, comunque dopo il pagamento di robusto riscatto. Gli viene contestato anche il sequestro di Pino Balconi, del quale Renato dirà invece – praticamente confermato dalla vittima – di aver di fatto salvato la vita al malcapitato, vittima di un’altra banda. Mistero, invece, su altri sequestri-lampo portati a termine senza nessun coinvolgimento delle forze dell’ordine: qui almeno uno dei rapiti ha anche avuto modo di “divertirsi” nell’attesa del rilascio, insieme a donnine messe a disposizione dall’organizzazione. C’è tempo anche per una guerra con Turatello, per miracolo non finita in un mare di sangue, e suggellata invece con una pace in carcere, anni dopo, con Francis che addirittura consiglia il matrimonio a Renato, e sarà anche testimone delle sue nozze in carcere con Giuliana Brusa, nell’estate del ‘79. Poi, le rapine. Quella ad Andria, dove gli viene attribuito un omicidio (lui lo nega, e probabilmente è opera di Massimo Loi, che poi verrà ucciso in carcere a Novara, dove nello stesso periodo è rinchiuso Renato: omicidio del quale si assume la responsabilità), così come gliene viene attribuito uno commesso il giorno prima a Montecatini, vittima il poliziotto Bruno Lucchesi: Vallanzasca se ne dichiarerà sempre innocente, affermando che a sparare sia stato un complice (non ne rivelerà mai il nome) che si stava recando in Puglia a portargli un documento contraffatto con la sua foto, lo stesso lasciato nelle mani dell’agente caduto durante il controllo. Anche rapine abbandonate alla sola fase di studio, come quella all’Esattoria Civica di piazza Vetra a Milano: scoperta nella fase del sopralluogo, la banda scatena una sparatoria da guerra che costa la vita all’agente Giovanni Ripani. Per finire con la scontro a fuoco al casello di Dalmine, dove nel tentativo di fuga ad un posto di blocco restano per sempre sull’asfalto due poliziotti della stradale, Luigi D’Andrea e Renato Barborini. Quando dopo quest’ultima impresa, braccato, colpito seriamente ad un gluteo (ferita malcurata forse apposta, che si trascinerà per anni) e con la terra bruciata intorno verrà arrestato a Roma, il 15 febbraio ’77, vorrà assicurarsi che a prenderlo siano i carabinieri: la paura di essere giustiziato dai colleghi degli uccisi sull’autostrada è forte anche per un duro come lui. E sarà sempre un milite dell’Arma a proteggerlo, in un’altra tentata evasione che ha fatto storia, qualche anno dopo, il 28 aprile dell’80. Ci prova da San Vittore, insieme a brigatisti (come Corrado Alunni), neofascisti (come Pierluigi Concutelli) e detenuti comuni. Riesce ad uscire dal portone principale, ma un proiettile sparato dagli agenti appostati sulle garritte lo colpisce di rimbalzo e lo ferisce gravemente alla testa: proprio un carabiniere spiana il mitra davanti ai poliziotti che vogliono finirlo sul posto, e lo salva.Il conto totale delle pene che gli verranno inflitte, alla fine di questo periodo assolutamente folle e criminale, è pesantissimo: 4 ergastoli e 260 anni di carcere, e la dicitura prevista a suggello del suo fascicolo carcerario (“Fine pena: mai”) ha il sapore definitivo della pietra tombale. In più, la sua conclamata pericolosità lo fa entrare di diritto nel “circuito delle carceri”, quello degli istituti di massima sicurezza che il generale Dalla Chiesa ha messo a punto per costringere al massimo isolamento una lista di detenuti, soprattutto terroristi, in un momento di scontro particolarmente acuto come quello in atto nel Paese in quegli anni di piombo. Renato, in quel “giro”, ci entra subito di diritto. Novara, Cuneo, Trani, Ascoli Piceno, Nuoro  sono tutti posti che “visita” senza eccezione. E proprio per un trasferimento da Cuneo a Nuoro si crea l’occasione per le sue ultime imprese da “uomo libero”. E’ il 18 luglio 1987, e cinque carabinieri freschi di traduzioni lo accompagnano nel viaggio. Arrivati a Genova, il furgone penitenziario si infila nel traghetto Flaminia, poi si sale alle cabine. La scena dev’essere surreale anche per lui quando i militari decidono di tenersi quella più grande lasciando a lui quella con l’oblò, ché “tanto da qui non passa neanche un gatto”. “E io diventerò un topo”, si dice da solo René prima di sgusciare fuori dal buco approfittando della cena che i militi vanno a fare, tutti insieme!, al ristorante della nave. Sguscia fuori in un attimo, scende dalla nave, si confonde ai vacanzieri, esce dalla città e superando a piedi il passo del Turchino arriva a Voghera; poi in treno a Milano, per andare nell’unico posto dove nessuno pensa di cercarlo: la casa di via Porpora. Padre e madre lo accolgono increduli e felici. Sarà il suo canto del cigno, ma sarà anche un bel canto. Anzitutto, “canta” proprio: il giorno dopo, dalle onde di Radio Popolare racconta per filo e per segno l’evasione, la storia del gatto e del topo, e dei caramba un po’ coglioni. Sembra che telefoni dall’esterno a Umberto Gay - giornalista dell’emittente e suo amico che lo aveva seguito in molti processi - invece è proprio negli studi della radio, in un’altra stanza, dove – in un momento di distrazione – ruberà la patente ad un altro redattore, Fabio Poletti. Con quella in tasca, con una macchina e con soldi procurati chissà come, la mattina successiva prenderà la tangenziale e, dopo aver ascoltato tutta la registrazione della sua intervista, si ritroverà al bivio per l’autostrada in direzione Venezia. Non ha una mèta precisa, passare da Dalmine può non essere benaugurante, ma in Veneto ha tante “sbarbine” conosciute epistolarmente che forse lo aspettano. Ha anche un incidente, ma quando mostra la patente per affittare un’altra auto, al “signor Poletti” che si presenta come giornalista, perché non dare dar credito? Quello che segue è un mese e mezzo di vacanza fra champagne, mangiate di pesce e conquiste femminili: è bello, ancora giovane, affascinante e con una carica erotica repressa da anni da smaltire, e Grado in estate è tutto un programma. Il signor Poletti è rispettato, paga in contanti e si sa far voler bene da tutti. Meno che dal marito di una sua vecchia fiamma “di penna”, che capisce chi vuole andare a trovare la moglie dopo una telefonata concitata con un’amica. Scatta l’allarme, e quando lo prendono stentano a  credere che sia lui. La sua vecchia ferita al gluteo serve da definitivo identikit. Lo blindano di nuovo e da allora, a tutt’oggi, la libertà sarà solo una chimera.

La famiglia, le sue donne, un figlio che non ci vuol essere più

Si dice che le origini possano contare molto rispetto all’evoluzione di una persona, ed in effetti quelle di Renato rivelano più di qualcosa. Lui nasce come frutto dell’amore fra Marie e Osvaldo, anche se Osvaldo ha già un’altra famiglia “regolare”: è sposato con Rosa ed ha altri due figli, Ennio e Giorgio. Nonostante siano gli anni dell’immediato dopoguerra, i protagonisti di questa strana famiglia “allargata” sembrano accettare i loro ruoli, tanto che nei momenti di difficoltà “zia Rosa” si occupa di Renato e dell’altro fratello nato da quell’unione, Roberto, per crescerli e tenerli lungo tempo a casa sua, al Giambellino. Di quei personaggi, oggi, resta poco. Oltre a chi se ne è andato naturalmente - come il padre Osvaldo - c’è anche la tragedia del fratellastro suicida, Ennio: a scoprire il corpo sarà proprio Renato, alla Darsena del Naviglio, e sarà episodio che lo segnerà moltissimo. Fra gli altri fratelli c’è anche chi ha deciso di rompere definitivamente i ponti, come del resto ha fatto il figlio, Maxim. Vallanzasca lo ha visto l’ultima volta, ad una fermata di taxi di in viale Corsica, a Milano, un giorno d’estate di quel terribile ’76, giusto in tempo per dire a Consuelo di andarsene prima che scoppiasse uno dei tanti conflitti a fuoco ingaggiati con chi lo stava braccando. La sua donna se ne è andata quella volta, ma è stato per sempre: si è rifatta una vita, con suo figlio e con un altro compagno. E Maxim - che oggi ha 31 anni - ha fatto sapere da tempo al papà naturale di non voler mai più avere a che fare con lui. Così come forse ha fatto Giuliana Brusa, “dama bianca” per anni, da quando rispose “sì” alla proposta di matrimonio, che per quell’unione smise subito di lavorare e aspettò fedelmente il suo uomo libero per anni e anni. Si “lasciarono” e si “ripresero”, senza poter mai consumare alcunché di fisico, e adesso pare che non si scrivano nemmeno più. La mancanza di una famiglia e di un figlio sono il vero dolore di Renato Vallanzasca, espresso in più occasioni. Donne, da libero (quindi realmente) e da detenuto (solo virtualmente, per usare un termine in voga oggi), ne ha avute tante. Ma in fondo la sua storia ne sottolinea la mancanza. Anche se ad ogni trasferimento da un carcere all’altro il suo bagaglio consiste soprattutto in scatoloni a raccolta di tutte le lettere accumulate dalle ammiratrici in sette lustri di fitta corrispondenza, a Renato manca una famiglia, manca di poter crescere un figlio, manca forse la prospettiva di un avvenire non più blindato fra quattro mura vissuto in compagnia di qualcuno da amare. Anche se il termine “arrendersi” non lo userà mai, sono almeno dieci anni che Renato lo ha fatto, in maniera tanto silente quanto evidente. Non ha più manifestato intenzioni di fuga, lavora regolarmente in carcere, l’unica sua battaglia conclamata è quella contro le sigarette: ha intenzione di smettere, forse ce la farà, anche se passare da 120 “bionde” a zero è dura per uno che ha fumato tutta la vita. Proprio alla fine del bellissimo libro “Il fiore del male”, uscito nel ’99 e scritto a quattro mani con Carlo Bonini, il bel René si chiede se la celeberrima scritta “Viva Vallanzasca” comparsa 30 anni fa su un muro della Comasina sia ancora al suo posto. Sono andato a controllare: non c’è più, e nemmeno esiste la memoria esatta di dove fosse mai stata tracciata. I ragazzini del quartiere, se glielo si domanda, non sanno quasi chi sia Renato Vallanzasca. Rispetto ad allora la Comasina ha cambiato volto, integrandosi e allungandosi verso Milano, finendo di esserne soltanto una brutta e pericolosa appendice. Quasi una tabula rasa sul passato: un buon modo per guardare al futuro, se il destino gli farà mai il regalo di poterne vivere ancora un pezzo da uomo libero davvero.